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Goliarda Sapienza - book author

Lasciò la carriera di attrice per dedicarsi alla scrittura. Il suo primo romanzo fu Lettera aperta (1967), che raccontava l'infanzia catanese, seguito da Il filo di mezzogiorno (1969) resoconto della terapia psicanalitica con il medico messinese Ignazio Majore.

Nel 1980 finì tuttavia in carcere, per un furto di oggetti in casa di amiche. Sempre in carcere, ma anche successivamente, continuò l'opera di scrittrice pubblicando però molto poco, fatta eccezione per alcune sue opere come L'università di Rebibbia e Le certezze del dubbio, pubblicato grazie all'incontro con il conterraneo poeta ed editore Beppe Costa, che si batté a lungo per lei: tentò senza successo di farle assegnare il vitalizio della Legge Bacchelli, né riuscì a ottenere la ristampa delle sue opere. Sapienza riuscì comunque a pubblicare, con la sua casa editrice Pellicanolibri, Le certezze del dubbio, 1987, e fu premiata successivamente in occasione del Premio Casalotti 1994.

Il suo romanzo L'arte della gioia rimase a lungo inedito. Rifiutato dalle più importanti case editrici italiane, fu più tardi pubblicato postumo da Stampa Alternativa, dapprima in un'edizione non integrale (1998) e poi integralmente (2003). Ripubblicato da Einaudi nel 2008, ebbe successo di critica e di pubblico. Einaudi sta ora pubblicando anche l'opera inedita dell'autrice. Sono già usciti postumi il romanzo Io, Jean Gabin (2010) e una selezione di pensieri tratti dai diari della scrittrice, raccolti nel volume Il vizio di parlare a me stessa (2011).


Goliarda Sapienza was born in Catania, Italy. Her mother was Maria Guidice, a prominent socialist, her father Peppino Sapienza, a socialist lawyer. As a child, Goliarda Sapienza reenacted films she had seen in cinema. In 1941 she and her mother went to Rome, where she studied theatre. She worked as an actor in both films and plays, but from 1958 she focused on writing.

Her novel "L’arte della gioia" (The Art of Joy) was rejected by publishers, and was first published by her husband Angelo Pellegrino after her death. Other posthumously published works include “Destino coatto" (2002), and “Io, Jean Gabin” (2009). She left an extensive body of writing that has not yet been published.

Goliarda Sapienza is the author of books: L'arte della gioia, L'università di Rebibbia, Appuntamento a Positano, Io, Jean Gabin, Il vizio di parlare a me stessa, Lettera aperta, Le certezze del dubbio, Il filo di mezzogiorno, Elogio del bar, La mia parte di gioia: Taccuini 1989-1992

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L'arte della gioia è un libro postumo: giaceva da vent'anni abbandonato in una cassapanca e, dopo essere stato rifiutato da molti editori, venne stampato in pochi esemplari da Stampa Alternativa nel 1998. Ma soltanto quando uscì in Francia ricevette il giusto riconoscimento. Nel romanzo tutto ruota intorno alla figura di Modesta: una donna vitale e scomoda, potentemente immorale secondo la morale comune. Una donna siciliana in cui si fondono carnalità e intelletto. Modesta nasce in una casa povera ma fin dall'inizio è consapevole di essere destinata a una vita che va oltre i confini del suo villaggio. Ancora ragazzina è mandata in un convento e successivamente in una casa di nobili dove, grazie al suo talento e alla sua intelligenza, riesce a convertirsi in aristocratica attraverso un matrimonio di convenienza. Tutto ciò senza smettere di sedurre uomini e donne di ogni tipo. Amica generosa, madre affettuosa, amante sensuale: Modesta è una donna capace di scombinare ogni regola del gioco pur di godere del vero piacere, sfidando la cultura patriarcale, fascista, mafiosa e oppressiva in cui vive. L'arte della gioia è l'opera scandalo di una scrittrice. È un'autobiografia immaginaria. È un romanzo d'avventura. È un romanzo di formazione. Ed è anche un romanzo erotico, e politico, e psicologico. Insomma, è un romanzo indefinibile, che conquista e sconvolge.
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"Ho rubato a una di queste pseudo-signore per punirla. O per punirmi?" Così, per una manciata di gioielli, Goliarda Sapienza, intellettuale borghese e di sinistra, finisce a Rebibbia. E in questo libro racconta dal di dentro l'umanità (e la disumanità) di un grande carcere femminile. Nella scrittura limpida e scatenata di Goliarda non c'è posto per le macchiette o il facile aneddoto: ogni volto, ogni voce porta su di sé il peso della propria storia. Dopo lo shock iniziale, la prigione appare come il luogo in cui si manifesta, senza le illusioni e le ipocrisie della vita ordinaria, la nuda realtà della convivenza umana: la netta divisione tra le classi sociali, il carisma della bellezza, la spietata durezza dei rapporti di forza.
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«La vedo scivolare nella sua lunga gonna bianca giù per la scalinata, incorporea e come illuminata da un suo faro personale. Ho appena il tempo di scorgere i suoi piedi nudi, lunghi ma forti, e arcuati, da danzatrice». Nella Positano scintillante degli anni Cinquanta, la storia della profondissima amicizia tra una donna fragile, seducente, misteriosa e chi, trent'anni più tardi, la ricorda e ne scrive.

«Ecco, quella lunga sfilata di quinte rocciose, che chiudono in un abbraccio vertiginoso la piccola baia e il mio corpo, sono per me una delle infinite forme magnifiche che il diavolo, trasformista per antonomasia, sa prendere». Negli anni Cinquanta il lavoro cinematografico porta Goliarda Sapienza a Positano, rivelandole un angolo di mondo quasi intatto, popolato da un'umanità con una dolcezza sconosciuta. È la scoperta di una felicità senza aggettivi. La conca protetta dalle montagne e dai silenzi del mare diventa il suo rifugio e risveglia le emozioni del corpo, a lungo inaridite dagli orrori della guerra e dalla frenesia della città. E lì, tra l'oro e l'azzurro del mare, in un'atmosfera fuori dal tempo, una figura di donna si muove a passo di danza sulle scalinate del paese. La gente del posto la chiama principessa, ha una bellezza antica, gli occhi che cambiano colore. Quello tra Erica e Goliarda è un incontro felice, immerso in una pace che si avvicina all'ebbrezza: l'inizio di un rapporto che nel corso degli anni si fa sempre più intenso, tra i fantasmi del passato e le ombre imminenti. Conoscersi, svelarsi, cambiare, sono i pilastri di quella vicinanza. Una storia che la memoria non riesce a scolorire e anzi trasforma in romanzo: la rievocazione di un'amicizia perduta e l'affresco di un luogo che non esiste più, ma che rivive grazie a una scrittura sensoriale, vibrante di suggestioni, appena velata di malinconia, come al risveglio da un sogno d'infanzia che fatica a dissolversi. Un libro capace di raccontare la fugacità dell'incanto come se l'incanto non dovesse mai finire.

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Può una bambina - lasciata interi pomeriggi nel ventre sicuro di un cinematografo - arrivare a identificarsi totalmente con Jean Gabin?
Sì, se quella bambina è Goliarda Sapienza. L'attore simbolo di un certo modo di stare al mondo, l'icona anarchica del cinema francese, le calza a pennello. Goliarda bambina, non appena esce dal Cinema Mirone, è Jean Gabin, e scorrazza per i vicoli di Catania traboccanti di vita e di malaffare come Jean per quelli di Algeri. Incontra prostitute filosofe, pupari, la vita pullulante della Civita in tutte le sue forme, comprese quelle magmatiche dei «corpi lunghi di draghi neri scolpiti nella lava sotto i balconi».
E quando rientra a casa, trova un'altra forma di vita altrettanto disordinata e imprendibile: quella della sua famiglia senza fine. Un padre avvocato «amato dai poveri e odiato dai fascisti, ma da tutti rispettato e temuto»; una madre socialista impegnata durante il Ventennio a trasformare il suo appartamento catanese in un focolaio di resistenza e di controcultura; una tribù di fratelli acquisiti, ognuno intento a seguire i suoi sogni, contagiosamente.
Io, Jean Gabin racconta tutto questo raccontando un pugno di giorni. È un tassello di quella che Goliarda Sapienza chiamava «autobiografia della contraddizioni»: l'idea - bellissima ed eccentrica - era quella di tornare a distanza di anni su alcuni momenti della propria vita, per capire cosa combina il tempo con la memoria, e la memoria dentro di noi. Perché il passato non è mai cristallizzato, proprio come la coscienza di chi è troppo vivo per stare fermo.
In Io, Jean Gabin - romanzo postumo e assolutamente inedito - c'è la stessa energia stilistica dell'Arte della gioia, ci sono il piglio, lo slancio, la spavalderia di Modesta bambina: la «carusa tosta» che è divenuta un personaggio indimenticabile della letteratura del Novecento.
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«Ricordare è tutto: l'etica fondamentale della vita».
È con questa consapevolezza che l'esperimento giocoso di compilare taccuini diventa per Goliarda Sapienza un'abitudine, un esercizio letterario e mnemonico, e infine un vizio di cui non può fare a meno. Anno dopo anno si scopre attenta a riportare tutto quello che più la colpisce, perché poche volte si assiste a «qualcosa di possente e primario», ma con la stessa gioia prende la penna anche solo per ricordare un viso, immortalare un orizzonte viola, appuntare un pensiero trasportato dal vento forte, durante una camminata lungo il mare.
Nelle ottomila pagine di quaderni, agende, fogli irregolari, densi o a volte appena scarabocchiati, si trova la vera voce di Goliarda. Quella riservata a se stessa, intima e diretta, che allo stesso tempo confida al lettore la sua storia, senza omettere nessun dettaglio: gli umori incostanti, gli inciampi e le sorprese nella quotidianità e nella scrittura, gli autori più amati e i viaggi che hanno modificato per sempre la percezione dello spazio. Tra le pieghe degli appunti spiccano poi le riflessioni politiche e l'analisi delle differenze generazionali, che rivelano il cambiamento di una società che inseguendo un'utopia si è ritrovata davanti a una violenta menzogna.
Ma è sicuramente il tocco personale e profondo di Goliarda a illuminare e rendere preziosi i suoi taccuini. Il rapporto unico con la madre, i legami più importanti, gli amici che muoiono troppo presto, il dolore di non aver avuto figli e l'amore pieno per quegli «altri figli», i protagonisti dei suoi libri: prima fra tutti Modesta, che lascia le pagine dell'Arte della gioia per diventare persona in carne e ossa insieme ad Angelo, Citto, il fratello Carlo, Moravia e Zavattini.
Ci sono alcune protagoniste della storia, come Virginia Woolf e Maria Giudice, che hanno «osato entrare fra i grandi senza tradire il loro essere donna».
Con i suoi taccuini, Goliarda Sapienza ci mostra come si raggiunge quest'obiettivo.
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Goliarda Sapienza certamente assomigliava al suo nome che sposa una ardita temerarietà con una dolce saggezza. Così era Goliarda: guerresca e pacifica, aggressiva e mite. Sapeva battersi generosamente per una idea, ma sapeva anche sorridere di sé e degli altri con distaccata ironia. Sapeva difendere con le unghie e coi denti una idea persa o una persona perseguitata ingiustamente ma sapeva anche ritirarsi dietro una finestra per osservare con attenzione silenziosa le persone che passavano per la strada, rimanendo al di là di uno spesso vetro. Quando l'ho conosciuta, forse più di trent'anni fa, era una ragazza snella, con i capelli lunghi sulle spalle, gli occhi grandi, la bocca pronta al sorriso. Aveva conservato, nonostante abitasse a Roma da molti anni, un leggero accento siciliano. Sempre senza soldi, aveva un rapporto col mondo da zingara girovaga e festosa. Continuava a dividersi fra la disperazione e l'entusiasmo. I suoi libri portano l'impronta di una straziata e tenera sicilianità: il suo linguaggio ricco, fastoso, tende ad un lirismo barocco tutto sensualità e dolore. (Dacia Maraini)
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Una provocazione, un furto in casa di conoscenti, ecco l'evento che apre a Goliarda Sapienza le porte del carcere romano di Rebibbia. Accolta con sospetto dalle compagne di cella per i mocassini alla moda e la camicetta di seta che indossa, la scrittrice comprende presto, però, che in prigione, dove ipocrisie e illusioni vengono meno, può finalmente essere se stessa. Ben più amara è la scoperta di quanto sia difficile tornare alla vita quotidiana, quando poche settimane dopo viene rilasciata, a un mondo che non capisce il diverso e non perdona gli errori.
Romanzo di febbre e d'intelligenza, Le certezze del dubbio racconta, attraverso una scrittura corporea, il passaggio a quel nuovo mondo che è la città, e insieme la rivelazione che la solidarietà, l'amicizia e il calore sono possibili anche al di fuori delle mura circondariali.
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Il romanzo si impernia attorno a un'esperienza psicanalitica che l'autrice affronta dopo un episodio di depressione che la porta a un tentativo di suicidio. Attraverso il corpo a corpo con l'analista, l'autrice rivendica la propria autonomia, il proprio diritto a vivere non secondo le regole di una asettica normalità ma seguendo le proprie passioni. La difficoltà di essere amata, di farsi riconoscere, di scrivere di sé con sconcertante sincerità: un grido di ribellione contro l'omologazione di una società conformista e priva di fantasia.
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Il bar è un luogo incantato, dove ogni giorno entrano e sostano centinaia di persone e in cui è il caso a dominare: qualcuno comincia a chiacchierare, un cliente si siede davanti al barista e confida i suoi dolori, a volte gli avventori litigano, e accade persino che nasca una storia d’amore passeggera.
Per Goliarda Sapienza il bar è un rito quotidiano irrinunciabile, che racchiude un momento di ristoro e di pacificazione dei sensi; è un’occasione di studio degli individui e dei caratteri, da trasportare poi nelle sue pagine; ma soprattutto è un luogo di comunicazione e di contatto tra vite diverse. Come succede in questo racconto, in cui un incontro casuale al bar si prolunga in un viaggio in treno, e in qualche ora trasforma uno sconosciuto uscito da poco dal carcere in un intimo conoscente con cui aprirsi e a cui porre domande che non si ha mai avuto il coraggio di fare. Elogio del bar, seguito da alcuni appunti sulle mattinate intorno a un caffè, ci rivela lo sguardo prezioso, lieve e allo stesso tempo profondo con cui Goliarda indaga se stessa e i rapporti umani.
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«Quanta storia, emozioni, morti, amori in queste poche frasi che ho tracciato... magari qualcuno scrivesse questa storia per me». Coltivando il vizio di parlare a se stessa più veloce del calendario, invadendo con le parole di oggi le pagine di domani, in un tentativo subito fallito d'imbrigliare la sua voce nella griglia prestampata dei giorni, Goliarda Sapienza trasforma la scrittura autobiografica in battaglia. E quel vizio, assecondato quasi per caso fin dal 1976, cresce e matura con lei sino agli ultimi anni. È un bisogno ormai consapevole, conosciuto - che ruba tempo ai romanzi in attesa di essere scritti, al silenzio dei rifugi marini, al lavoro sul palcoscenico e alle ore con gli amici, fonte di felicità piena -, a cui Goliarda concede d'infilarsi in ogni momento, senza censure con se stessa, mettendo a nudo il suo vero sentire. Così si trova costretta ad aggiungere fogli alle agende, troppo brevi per contenere la vitalità della sua voce. Questa seconda selezione delle ottomila pagine scritte a mano - dopo la prima, pubblicata sotto il titolo Il vizio di parlare a me stessa - ci rivela una Goliarda concreta, che ama lavorare nel cinema e in teatro così come cucinare; propositiva, quando cerca la voce e la strada per nuove opere letterarie; riflessiva, mentre valuta la sua condizione fisica e persino estetica; saggia, che fa i conti con la vecchiaia e tira le fila della sua esistenza; viva e sempre alla ricerca dei momenti di grazia, di gioia, come quelli che solo l'amore sa dare. Sfogliando i suoi taccuini, possiamo scoprire ancora nuovi aspetti di una donna unica e multiforme, in un Novecento italiano troppo spesso ostile e inadeguato, e accompagnarla nell'ultimo tratto della sua vita verso una conclusione che non è una vera fine, ma anch'essa un'aggiunta, una nota che ha il sapore della salvezza quando le pagine sono finite.